| RIFLESSIONI SUL DIALETTO E SULLA PECULIARE CARATTERISTICA SONORA DEL DIALETTO FERENTINATE |
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| giovedì 16 luglio 2009 | |||||
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Il dialetto non deve morire, perché la sua scomparsa comporterebbe l'azzeramento delle culture locali e delle specifiche identità. Se si verificasse questo esito infausto, si determinerebbe una situazione catastrofica paragonabile a quella provocata da un'alluvione o da un terremoto terribili: il nuovo progetto sociale per ricostruire la civiltà locale rischierebbe di essere senza fondamenta, non avendo il supporto di una tradizione sedimentata nel tempo, sorgente di consapevolezza dell'identità cittadina e fonte per l'educazione alla cittadinanza attiva. Non si può affrontare il mondo né essere liberi di accettare e contribuire costruttivamente alle inevitabili trasformazioni epocali, se non si è consapevoli della propria identità spirituale, linguistica e culturale. I nostri tempi, purtroppo, sono funestati dalla globalizzazione culturale, che rischia di schiacciare le collettività più deboli, e dal monolinguismo diffuso, che produce l'isterilimento del pensiero. Tuttavia assistiamo anche, e con piacere, ad un inizio di riscossa del "sentimento di appartenenza": aumenta il numero di scrittori in vernacolo, rinascono l'interesse e il gusto per il parlare dei Padri. Chi può tenere in vita il dialetto è in primo luogo il popolo che lo ha forgiato e temprato nel crogiolo della sua storia e che deve essere pronto oggi ad affrontare la sfida culturale del futuro, nella dinamica tensione, che rende la lingua un organismo vivente, flessibile testimone nel tempo delle trasformazioni della civiltà umana. Tenere in vita il dialetto, pur rispettando le inevitabili modifiche determinate dal flusso continuo della modernità, significa anche custodire i suoni, registrare il parlato, assicurare una corretta scrittura dei testi secondo criteri fonetici, che permettano di leggere la lingua dialettale nei suoi autentici valori sonori. In tal modo si consente anche a lettori di altre aree culturali l'ascolto della musicalità linguistica del testo, spesso traccia di antiche costruzioni sintattiche, soprattutto latine, trasformate nei secoli dall'uso popolare. A conferma di ciò il dialetto ferentinate offre una molteplice gamma di parole e frasi idiomatiche di evidente matrice latina. Per brevità valga come esempio l'intonazione peculiare del dialetto ferentinate che interessa le parole in fine di frase, alle quali in determinate circostanze comunicative, viene aggiunta la desinenza "-aA" in fine di parola. La pronuncia di tale vocale viene strascicata e modulata con un innalzamento di tono. Chi vive a Ferentino è abituato a tale consuetudine linguistica e non si meraviglia della particolare intonazione, perché è parte integrante del suo patrimonio linguistico di appartenenza. Certamente l'espressione suscita curiosità e a volte anche ironica presa in giro da parte di chi dall'esterno non condivide il medesimo patrimonio culturale. Era il 1980 quando io stessa mi avvidi di tale peculiare caratteristica, che sembra essere ritenuta come elemento distintivo dei ferentinati DOC. Ero con i miei fratelli a Frosinone e incontrammo un amico, che affettuosamente ci salutò intonando la parola "Ferentin-A?" La pronuncia non era perfetta e, perciò, rimasi sorpresa nell'ascoltare parola mai da me udita nel dialetto della mia città. Incredula che potesse essere corrispondente alla realtà del dialetto ferentinate, chiesi spiegazioni ai miei fratelli, i quali mi spiegarono che gli abitanti dei diversi paesi della provincia di Frosinone erano divertiti dalla nostra "cadenza" dialettale, tanto diversa dalla loro. Cominciai a prestare attenzione ai suoni del dialetto ferentinate e mi resi conto che l'intonazione e il particolare strascinamento della A si usano solo nelle domande con risposta incerta. Per esempio: "S'i d' Frintin - aA?" (Sei di Ferentino?), "T'é fam - aA?" (Hai fame?), "S'i capit - aA?" (Hai capito?) e così via. Mi domandai per quale motivo nel dialetto della mia città fosse in uso tale particolare forma interrogativa? La risposta la trovai nella lingua latina. Infatti nelle proposizioni interrogative indirette disgiuntive latine, cioè quelle rette dai verbi "chiedere" e "interrogare" o dai verbi dubitandi, si usano determinate particelle grammaticali, spesso monosillabiche e non autonome perché atone. Queste ultime formano unità con la parola che le precede. Si vedano gli esempi nello schema di seguito indicato (le particelle sono evidenziate con il carattere grassetto):
(Da: Vittorio Tantucci, Ad Altiora, morfologia e sintassi, Bologna 1972, vol. unico, p. 405)
Nel caso ferentinate, anche noi verifichiamo come la sonorità del dialetto assicura non solo l'identità ciociara, ma il legame forte che unisce la nostra cultura a quella di Roma eterna e, di conseguenza, a quella delle altre comunità italiane e delle stesse nazioni europee che la civiltà romana nel corso dei secoli per mezzo della lingua ha attraversato e fecondato.
Maria Teresa Valeri |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 16 luglio 2009 ) | |||||


